La solitudine e la pienezza

Quel senso di vuoto dentro e intorno: la solitudine.

“Mi sento sperso, senza riferimenti. La fragilità mi è compagna, offusca certezze e frena decisioni”.

Esiste la pienezza? è possibile sentirsi appagati?

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Provando a camminare in un luogo come questo dove c’è armonia tra vuoto e pieno si provano pace e equilibrio, anche un piacevole senso di libertà. Luci e ombre si accompagnano e così l’occhio e il suo animo si accendono, riposano, si accendono, riposano… Se fossimo così potremmo accovacciarci appagati nelle zone profonde del nostro io scorgendole per come sono. Potremmo scegliere verso quali luci avanzare.

Se il quadro di noi stessi diventasse così spoglio e semplice non ci sarebbe solitudine.

La pienezza passa dal divenire spogli.

Gli orpelli, i tanti ricordi, le rivendicazioni, gli attaccamenti, le convinzioni e le abitudini incancrenite che fanno di noi? degli omuncoli schiacciati, che non sanno più dove sono e cosa veramente vogliono da sé.

Immaginiamo di togliere la ruggine da una bella balconata o di estirpare le erbacce in un giardino o ancora di aprire armadi e metter via l’inutile. Il risultato è l’arrivo della bellezza, dell’ordine e dell’essenziale.

Con l’essenziale, così vicino al vuoto, non si prova solitudine, ma pienezza.

Il vuoto lo possiamo riempire.

Una vita piena è priva di solitudini interiori. Ogni giorno si gioca a svuotare e riempire, dimenticare e osservare, lasciare e imparare,  e i giocatori costanti stanno bene con se stessi e col resto del mondo.

Un pensiero: entrando in una camera vuota, tutta vostra cosa provate?

 

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Kengiro Azuma  “Mu” (vuoto)

“Si plasma l’argilla per farne un recipiente

Ma è proprio dove non c’è nulla che sta l’utilità del recipiente

Si aprono porte e finestre per fare una stanza

Ma è dove non c’è nulla che sta l’utilità della stanza

Così il «c’è» presenta delle opportunità, che il «non c’è» trasforma in utilità.”

“Tao Te Ching” Lao Tzu capitolo 11

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